domenica 18 gennaio 2009

Dress registry: come prevenire l'imbarazzo

Se qualcuno si sta chiedendo qual è l’incubo peggiore di una donna, la risposta è semplice. Non c’è cosa peggiore che comprare un vestito costoso, perdere lunghe ore per scegliere gli accessori adatti per poi scoprire che alla grande occasione, un’altra donna indossa la stessa mise. Terrore e orrore. A questo punto le chances sono poche. Correre a cambiarsi, nascondersi sperando di esser inghiottiti dal pavimento oppure per le più intraprendenti sfoderare un enorme sorriso e far finta di nulla. Dall’incubo non sono immuni neanche le first lady. Tutti ricordano l'imbarazzo in cui si trovò la first lady Laura Bush nel 2006. Quando arrivò al Kennedy Center Honors, uno degli eventi più glamour di Washington, altre tre donne avevano il suo stesso vestito firmato Oscar de la Renta e fu costretta a cambiarsi. E un inconveniente del genere non può rovinare la festa delle belle signore dell’high society americana. Per prevenire lo spiacevole intoppo decine di donne che parteciperanno ai balli inaugurali per l'insediamento del Presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, stanno prendendo le giuste precauzioni registrando i propri abiti sul un sito, http://www.dressregistry.com/. Addio effetto sorpresa, ma almeno ansie e preoccupazioni saranno lasciate nel cassetto. Abiti firmati da stilisti come Calvin Klein e Carolina Herrera sono in cima alla lista, ma c'è anche almeno una signora che ha optato per il marchio nazional-popolare Banana Republic.
Il sito è stato lanciato il 1 dicembre da Andrew Jones, un consulente del settore automobilistico della Florida che ha tratto l'ispirazione dopo un viaggio della moglie a New York per comprare un vestito che nessuno potesse trovare nella loro città.
Top secret rimane l’abito che Michelle Obama indosserà domani al giuramento del marito come 44esimo presidente degli Stati Uniti. Fonti dello staff della prossima first lady, infatti, hanno dichiarato al Washington Times che "non ci sarà nessuna comunicazione a riguardo prima di martedì". La scelta di non rendere noto a quale stilista la signora Obama, che da tempo ha conquistato le americane per la sua passione per il pret-à-porter, spesso a buon prezzo, si sia affidata per il look del giorno più importante della carriera del marito rappresenta un piccolo strappo rispetto alla tradizione.

giovedì 15 gennaio 2009

Dentro la guerra

Novantacinque. E' questo il numero dei reporter uccisi nel 2008 durante l'esercizio della loro professione, secondo un rapporto diffuso da Press Emblem Campaign, associazione umanitaria indipendente con sede a Ginevra. I dati del consueto rapporto di fine anno confermano quindi per il 2008 un calo del numero dei giornalisti uccisi nell'esercizio della loro professione, che aveva toccato il picco massimo nel 2007, anno in cui si registrò la morte di 110 reporter. L'Iraq è il paese che ha lasciato la scia di sangue più lunga: le vittime quest'anno sono ben quindici. Una cifra elevata ma in calo se paragonata all'incredibile dato del 2007, quando ben cinquanta giornalisti trovarono la morte sul territorio iracheno. Sono 265 i giornalisti uccisi in Iraq dall'inizio della guerra, una lunga scia di sangue che conferma il territorio iracheno per il sesto anno consecutivo il paese più pericoloso per i giornalisti. Le altre aree calde sono il Messico, con 9 reporter uccisi, l’India e il Pakistan, rispettivamente con otto e sette vittime. Seguono le Filippine, la Georgia con 5 vittime e la Russia con 4, triste lascito di quel che accadde durante la scorsa estate. Naturalmente il dato non tiene in considerazione le intimidazioni e le minacce che i giornalisti e reporter sono costretti a subire in diversi paesi del mondo. Secondo Reporters sans frontières, i giornalisti incarcerati lungo quest'anno, mentre sono ben 69 i blogger che hanno pagato con la propria libertà l'aver pubblicato su internet informazioni e opinioni scomode. Morti che parlano di una lotta per la ricerca delle verità. E il 2009 non inizia con numeri positivi. I reporter uccisi in appena due settimane sono già sei: due in Pakistan, uno in Nepal, Sri Lanka, Somalia e Striscia di Gaza. E chissà da adesso alla fine dell’anno quale sarà il drammatico conto delle vittime.



lunedì 5 gennaio 2009

"O noi o loro". Facebook: protesta contro gruppi pro mafia

30.934. Nel momento in cui mi iscrivo al gruppo “Fuori la mafia da Facebook” è questo il numero di utenti che ha deciso di aderire. Il gruppo è nato il 30 dicembre e in soli sei giorni ha raggiunto un enorme numero di persone che hanno messo la loro faccia e il loro nome per una lotta che non ha età e confine. Perché è ovvio, la mafia non è solo una piaga siciliana. E così gli abitanti di Facebook reagiscono e si mobilitano contro le pagine (in aumento) che innalzano agli onori e alla gloria mafiosi dai nomi illustri come Riina e Provenzano. Da Palo Alto, in California, dove si trova la sede di Facebook fanno sapere che non sarà effettuata alcuna censura. Giusto alcuni giorni fa avevo già scritto della rimozione di alcune foto che ritraevano donne mentre allattavano al seno. Una decisione discutibile, come opinabile è la scelta di rimanere inermi di fronte alla nascita di questi gruppi che inneggiano alla mafia. In ogni caso è già scattata la protesta degli utenti che, già in cinquantamila, hanno raccolto l'appello di pagine come "O noi o loro, 100mila firme contro la mafia on line", "Fuori la mafia da Facebook", "No alla mafia sui social network" oppure "A noi la mafia fa schifo".
E' in rete anche una petizione rivolta al presidente della commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu: "Non possiamo accettare che vi sia chi alimenti un fenomeno devastante e chi inneggi alle gesta dei carnefici degli uomini dello Stato". Un'altra petizione è per il ministro delle Telecomunicazioni: "Non si può lasciare i social network senza una corretta gestione, altrimenti chiediamo anche la loro chiusura per complicità in apologia di reato, punibile secondo il nostro codice penale".
La protesta antimafia adesso viaggia anche su internet.
Entro nella pagina che inneggia a Riina. Gli occhi di quel sanguinario assassino mi fissano e provo quasi una senso di nausea. Per noi giovani siciliani che nel '92 eravamo solo bambini e che abbiamo visto negli occhi dei nostri genitori il vuoto, la disperazione, la rabbia e le lacrime, scrivere di gruppi che decantano i mafiosi è un pugno allo stomaco. Tra i fan vedo i volti di giovanissimi e leggo alcuni commenti riprovevoli. A volte sembra che debba rimanere solo lo sconforto, ma poi tornano alla mente le parole di Giovanni Falcone. L'appello di Papa Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento e la lotta che non si fermerà mai perché le loro idee camminano sulle nostre gambe.

(Tratto da BluNotte)

martedì 30 dicembre 2008

Facebook: vietate immagini di allattamento

"Hey Facebook, breastfeeding is not obscene!". E’ il nome della petizione lanciata sul social network da Kelli Roman, una mamma che ha visto sparire le sue foto da Facebook in cui allattava la sua bambina. Ed è stata subito polemica seguita da un ampio dibattito on line sulla decorosità o meno delle immagini. Dopo aver rimosso le foto che facevano vedere un po’ troppo il seno materno è scattata la protesta degli utenti arrabbiati per il divieto.
"Foto che mostrano un seno per intero violano le condizioni sul materiale osceno, pornografico e sessualmente esplicito e possono essere rimosse", ha spiegato in una dichiarazione un portavoce del popolare sito di social network. "Le foto su cui interveniamo sono quasi esclusivamente quelle segnalateci da altri utenti che si lamentano".
Ma la protesta non si fermata ed è scesa in piazza. La settimana scorsa un gruppo di manifestanti ha organizzato un "allattamento" virtuale ed una piccola dimostrazione davanti alla sede di Facebook a Palo Alto, California.
Fino ad adesso la petizione ha raccolto oltre 80.000 firme e oltre 10.000 commenti, rilanciando il dibattito sull'opportunità o meno dell'allattamento in pubblico.

lunedì 29 dicembre 2008

Gb, il ministro attacca il web. E'necessario il "Vietato ai minori"

L’internet-censura arriva dalla Gran Bretagna dove il ministro della Cultura britannico Andy Burnham taccia Internet come "qualcosa di molto, molto complesso e un mondo piuttosto pericoloso" e annuncia un piano per valutare i siti con lo stesso sistema dei film: "vietato ai minori di". In una intervista al quotidiano The Daily Telegraph il ministro laburista si lancia nella lotta a Internet dichiarando "Sono categorico in proposito - dice Burnham - su Internet si possono trovare contenuti che considero inaccettabili, quali, ad esempio, una decapitazione". Per riportare quelli che definisce "criteri di decenza" in rete, Burnham progetta di coinvolgere nella caccia alle streghe anche Obama. "Parlerò con la nuova amministrazione appena il presidente sarà ufficialmente in carica - annuncia - per definire degli standard comuni per i siti di lingua inglese. Un'opzione potrebbe essere quella di chiedere ai provider di indicare chiaramente se il materiale coontenuto nei siti è adatto a certe fasce di età". In pratica, così come accade per film e videogiochi, alcuni siti dovrebbero riportare la scritta "non adatto ai minori di..". Il ministro di sicuro sa che affermazioni del genere alimentano il dibattito sull'accessibilità di Internet e sui tentativi arrivati da più parte di controllare un mezzo che fa della libertà di espressione una delle sue caratteristiche intrinseche. "Non si tratta affatto di una campagna per limitare la libertà di espressione - dice il ministro - è piuttosto il tentativo di dare risposte a un problema che interessa molte persone, perché le mette a repentaglio. Dobbiamo dare ai genitori più possibilità per capire che cosa fanno i loro figli sulla rete, quali siti consultano e chi c'è dietro di essi. In questo momento non c'è alcuna garanzia in proposito". Dalle parole ai fatti. Tra le prime misure annunciate, l'imposizione a grandi provider come British Telecom, Tiscali, Aol e Sky di offrire servizi internet in cui gli unici siti accessibili sono quelli adatti anche ai bambini. "Se guardiamo agli esordi di Internet - spiega Burnham - vediamo che chi creò la rete aveva come obiettivo dichiarato di avere uno spazio al quale i governi non avessero accesso. Credo che sia venuto il momento di riconsiderare tali affermazioni". Tra i provvedimenti anche una legge per imporre a siti come Facebook e youTube di rimuovere immediatamente contenuti ritenuti offensivi o dannosi, senza bisogno di un'azione legale.

sabato 27 dicembre 2008

Re-gifting: quando il riciclo corre sul web

Riciclare, sì, è davvero un’arte. Subito dopo Natale è inevitabile fare i conti con la mole di regali non graditi. La lista è lunga: dai profumi troppo dolci, all’ennesima sciarpa dal colore improponibile al libro letto e riletto. E se la parola riciclo in italiano sembra tanto di cattivo gusto, basta usare l’internazione “re-gifting” per far sembrare la parola vietata dal galateo il termine più cool del periodo post natalizio. Naturalmente come ogni pratica chje si rispetti, prima di essere praticato, meglio leggere il decalogo del riciclo, per non incappare in situaizoni imbarazzanti. A suggerire le regole ci pensa il sito americano Regiftable, che oltre a rivelare i trucchi del re-gifting, postano sul sito le loro storie di regali spacchettati con grandi sorrisi e brutti regali, rimpacchettati e donati a inconsapevoli conoscenti pacchetti. Prima di iniziare è fondamentale osservare il regalo e porsi cinque domande: chi l'ha offerto, cosa ha offerto, quando, dove e perché. Seguono poi alcuni consigli da non dimenticare: il regalo non deve essere usato ma mantenuto nella sua confezione originale; mai riciclare oggetti unici perché realizzati a mano da chi li ha offerti; conoscere bene la persona alla quale si offre il pacco riciclato per non rischiare che, nel giro di un paio d'anni, l'oggetto finisca di nuovo nelle sue mani ed infine ricordarsi di togliere dalle confezioni eventuali biglietti di auguri con la firma del mittente. Inoltre è necessario tener conto di alcune regole comportamentali: domandarsi se chi riceverà il dono lo potrà apprezzare e non offrirlo se lo si possiede da troppo tempo. Infine è necessario lasciare da parte tutti i sensi di colpa e preparare un bel pacchetto regalo con della carta nuova e non anonima. Ma attenzione, perché nel 40% dei casi chi riceve il vostro regalo potrebbe essere un riciclatore. Questo secondo i dati raccolti dal sondaggio condotto su un campione di oltre mille cittadini americani dalla Money Managment International, l'agenzia non profit di consulenza finanziaria che gestisce il sito. In più emerge che il 54% degli intervistati non ritiene che riciclare regali sia un comportamento poco educato, il 37% l'ha fatto almeno una volta e nel 33% dei casi l'ha fatto per risparmiare denaro. Le donne, soprattutto quelle tra i 35 e i 54 anni, lo fanno più volentieri ma il 53% degli intervistati non l'ha mai fatto soprattutto per rispetto di chi ha offerto il dono. E non bisogna necessariamente attendere il prossimo Natale. Il regalo può essere riciclato in occasione di qualche compleanno o nei divertenti re-gifting party durante i quali ogni invitato si munisce di uno o più regali riciclati da scambiare. Naturalmente una lotta a colpi di regali riciclati in cui vince il più trash.E di competizione si parla anche sullo stesso sito Regiftable.com e da tre anni a questa parte la Money Managment International organizza sul sito un concorso che premia, con 500 dollari, la storia di riciclaggio più divertente. Divise in cinque categorie - controverse, esilaranti, impossibili da definire, emozionanti e tragiche - le storie vengono votate dagli utenti tramite l'assegnazione di fiocchi rossi virtuali. E dunque al via il riciclo e…vinca, come di regola in questi casi, il peggiore.

giovedì 25 dicembre 2008

Gli auguri di Barack sul web



Barack Obama non si smetisce. Il web lo ha portato alla vittoria e internet lo accompagna nell'avventura presidenziale. Il messaggio di Natale del presidente eletto degli Stati Uniti è online sul sito change.gov. 3 minuti e 42 secondi in cui Barack tocca alcuni punti focali del presente e della storia americana.
Il primo pensiero va alle truppe impegnate all'estero e alle loro famiglie. Quindi, la crisi economica e l'appello all'unità di intenti degli americani per superarla.
Infine, un riferimento al primo Natale degli Stati Uniti d'America: 232 anni fa, il 25 dicembre 1776, quando George Washington e il suo esercito sfidarono il freddo e il ghiaccio per attraversare il fiume Delware e cogliere di sorpresa il nemico a Trenton: una vittoria che alimentò le speranze della nuova nazione durante la guerra d'Indipendenza.
Hope, la speranza che mai ha abbandonato Obama ritorna nella conclusione del suo discorso: "Many ages have passed since that first American Christmas. We have crossed many rivers as a people. But the lessons that have carried us through are the same lessons that we celebrate every Christmas season—the same lessons that guide us to this very day: that hope endures, and that a new birth of peace is always possible".